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SCHEMA DI D.LGS. DI RECEPIMENTO DIRETTIVA 2002/91/CE

In questa secondo numero dedicato all'analisi del D.LGS. affronteremo i seguenti temi:

  • obiettivi
  • ambito di applicazione
   
2 - Obiettivi

Lo scopo principale della norma è quello di migliorare le prestazioni energetiche degli edifici, al fine di favorire lo sviluppo, la valorizzazione e l'integrazione delle fonti rinnovabili e la diversificazione energetica, contribuire a conseguire gli obbiettivi nazionali di limitazione delle emissioni dei gas serra posti dal protocollo di Kyoto, promuovere la competitività dei comparti più avanzati, attraverso lo sviluppo tecnologico.

Nell'ottica suddetta, all'art.1 il D.Lgs. disciplina:

  • A una metodologia per il calcolo delle prestazioni energetiche integrate degli edifici.
  • B l'applicazione di requisiti minimi in materia di prestazioni energetiche degli edifici
  • C i criteri generali per la certificazione energetica degli edifici
  • D ispezioni periodiche degli impianti di climatizzazione
  • E i criteri per garantire la qualificazione e l'indipendenza degli esperti incaricati della certificazione energetica e delle ispezioni degli impianti
  • F la raccolta delle informazioni e delle esperienze, elaborazioni e studi necessari all'orientamento della politica energetica del settore
  • G la promozione dell'uso razionale dell'energia anche attraverso l'informazione e la sensibilizzazione degli utenti finali, la formazione e l'aggiornamento degli operatori del settore
Gli obiettivi sono molto ambiziosi e, a giudizio di alcuni addetti ai lavori, forse non raggiungibili.
Ci si riferisce in particolare a quello delle riduzioni delle emissioni di gas serra, che ci viene imposto dagli impegni europei presi nell'ambito del protocollo di Kyoto, dove l'Italia, la cui "torta energetica" è notoriamente formata da una fetta enorme di combustibili fossili, paradossalmente, si è impegnata più di tutti a ridurre le proprie emissioni di CO2.

Alcuni temono, con ottime ragioni, che sul raggiungimento degli obiettivi del D.Lgs. si protenda inoltre implacabile l'ombra della negativa esperienza della L.10/91, puntualmente disattesa.
Oltre a qualche adempimento burocratico aggiuntivo, è noto infatti che la L.10/91 non ha portato gli effetti desiderati, forse anche a causa della totale assenza dei controlli da parte delle autorità preposte sulle relazioni tecniche presentate in questi anni dai professionisti.

Tra gli obiettivi del D.Lgs. troviamo l'istituzione della "certificazione energetica", già prevista dalla L.10/91 ma mai attuata.

Se al problema energetico italiano contribuisce in maniera sostanziale il parco edifici esistente, di prestazioni energetiche notoriamente scarse, lascia di primo acchito stupiti il fatto che, nel D.Lgs., la certificazione venga prevista esclusivamente per gli edifici di nuova costruzione, nonostante la direttiva 2002/91/CE ne preveda la possibilità di applicazione anche agli edifici esistenti.
Il perchè di questo apparente paradosso in realtà è facilmente intuibile, trovandoci a pochi mesi dalle elezioni 2006 e costituendo la certificazione energetica di un edificio esistente un costo aggiuntivo per il cittadino.
Ci si domanda però se, a livello europeo, il D.Lgs. ci verrà contestato per questo aspetto.



3 - Ambito di applicazione


All'art.3 viene chiaramente detto che il D.Lgs. si applica esclusivamente agli edifici di nuova costruzione.

Come già più sopra accennato, questo è forse l'aspetto più discusso, soprattutto per le sue implicazioni sulla certificazione energetica, dalla quale tanto ci si aspettava in termini di effetti positivi sui consumi energetici.
Infatti l'obbiettivo dell'attestato di certificazione energetica, di cui gli edifici dovrebbero essere dotati in caso di compravendita o locazione, è quello di fornire all'acquirente dell'immobile un indicatore della prestazione energetica dell'edificio, al fine di consentire un confronto con i riferimenti di legge e con i riferimenti medi della maggior parte del parco edilizio esistente.

L'esistenza di un tale documento fornisce un criterio per valorizzare maggiormente un appartamento energeticamente più "performante" rispetto ad uno che lo sia di meno, giustificando anche un eventuale maggiore costo di acquisto all'acquirente, consapevole in questo modo che l'eventuale maggior esborso iniziale sarà compensato e premiato nel tempo da minori costi di esercizio.

E' evidente che tale meccanismo virtuoso può innescare effetti positivi nel breve periodo solo se applicato oggi agli edifici esistenti. Persino i tempi sembrerebbero maturi per introdurre quest'obbligo sugli edifici esistenti, vista la odierna crescente sensibilità delle famiglie ai costi energetici, a seguito delle ormai frequentissime impennate dei prezzi del petrolio.

Prevedendo invece la certificazione solo per gli edifici nuovi, i nostri figli e forse i nostri nipoti ci potranno dire se a qualcosa di buono avrà portato. Visti gli obbiettivi di breve periodo che l'Italia si è presa nell'ambito di Kyoto, la scelta normativa adottata costituisce pertanto un paradosso e con amarezza si deve constatare per l'ennesima volta come le logiche politiche prevalgano sempre sugli interessi di carattere nazionale.

Ricordiamo che sono esclusi dal campo di applicazione del D.Lgs.

  • A gli immobili ricadenti nella normativa per i beni culturali ed il paesaggio
  • B i fabbricati isolati con una superficie utile totale inferiore a 50 metri quadrati
  • C i fabbricati industriali, artigianali ed agricoli non residenziali, quando gli ambienti sono riscaldati per esigenze del processo produttivo o utilizzando reflui energetici del processo produttivo non altrimenti utilizzabili
In merito all'esclusione di cui al punto c) rileviamo che, nel caso degli edifici industriali, artigianali ed agricoli, il concetto di "complesso edificio-impianto" si trasforma in un inedito concetto di "complesso edificio-impianto-processo", vincolando l'applicabilità della norma alle caratteristiche del processo che si svolge all'interno dell'edificio.

Così come formulata, l'esclusione potrebbe essere soggetta ad interpretazioni: infatti si potrebbe anche affermare che il benessere termoigrometrico delle persone che lavorano in un capannone industriale sia un'esigenza del processo produttivo e che quindi tutti gli edifici industriali non ricadano nell'ambito di applicazione del decreto.

Inoltre sembrerebbe che l'esclusione sia operante solo per il caso di climatizzazione invernale, in quanto si parla letteralmente di "ambienti riscaldati per esigenze del processo produttivo..." e non di"ambienti riscaldati o raffrescati per esigenze del processo produttivo...".

Scarica il testo dello schema di D.L.gs. in formato pdf (2995 Kb)

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